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Quando i difetti sono speciali

Intervista a Luca Trapanese
a cura di Emilia Passaponti

“Vi stupiremo con difetti speciali” è il titolo di un libro che hai inventato e progettato. Perché è nato e che cosa si propone?

Ho sempre pensato che bisogna educare i bambini alla diversità e alla disabilità, ma bisogna trovare il canale giusto di comunicazione. Da qui l’dea di scrivere un libro di storie, favole dove i protagonisti non sono i soliti eroi invincibili ma eroi con “difetti speciali” che trasformano la loro diversità in un potere. Questo mia idea è stato pien1amente accolta da Patrizia Rinaldi, scrittrice di libri per bambini, e da Francesca Assirelli, illustratrice, che l’hanno fatta diventare loro. Abbiamo lavorato insieme come una squadra affiatata con una grande voglia non solo di fare un buon lavoro, ma anche di realizzare un progetto che per noi ha un’alta valenza sociale ed educativa. Le storie raccontate da Patrizia e disegnate da Francesca sono storie vere, faticose e belle nello stesso tempo; la nostra speranza è che questo libro possa servire come strumento per abbattere i pregiudizi e le paure sulla disabilità.

Questo libro, leggiamo nella presentazione, sosterrà “La Casa di Matteo”. Ci racconti che cos’è?

“La Casa di Matteo” è un progetto di accoglienza per bambini orfani con disabilità medio e gravi, gravi malformazioni e patologie che necessitano non solo di cure particolari ma soprattutto di un ambiente familiare. Nasce da un’esperienza vera. Matteo era un bimbo adottato, amato e desiderato dai due genitori. A un anno dall’adozione, si scopre che ha un terribile cancro. Lotta come un guerriero fino alla fine insieme alla mamma e al papà. La missione di Matteo era di essere figlio, anche se per poco, e di diventare un esempio. I suoi genitori adottivi sono stati uno strumento, avevano il compito di accompagnarlo e di dargli affetto, amore, una famiglia, dei nonni e degli zii che lo avrebbero portato per mano nel suo nuovo mondo.

L’obiettivo che ti poni, dunque, è diffondere una nuova cultura dell’inclusione e dell’accoglienza della disabilità…

La disabilità non va ignorata, e non va sottratta agli occhi e alle coscienze delle persone. Per questo raccontare la “disabilità” diventa per me
un modo per portarla fuori da certe stanze chiuse e comunicare lo sforzo, che è in sé positivo, di affrontare la vita quando ti mette davanti scalini
molto molto grandi. La gente comune, se vede un “disabile” che ci prova, sente più empatia rispetto a un “disabile” che si lamenta. E se si è avvicinata al problema facendo esperienze positive, poi diventa più attenta anche al lamento. Credo che le persone possano entrare in empatia con la condizione di disabilità non perché vengono bombardate da immagini di persone inermi e incapaci. Sono convinto invece che l’umanità progredisca, attraverso pratiche costruttive, esperienze di condivisione tra persone, esempi positivi, immagini poetiche, attraverso il sogno, l’immaginazione e anche l’utopia.

Quale dovrebbe essere secondo te il ruolo degli insegnanti per diffondere un progetto autentico di inclusione?

Gli insegnanti devono sempre tendere all’utopia e insegnare a credere nell’utopia. Ci sono almeno tre obiettivi, a oggi utopici, da perseguire.
Il primo è che i disabili vengano considerati adulti e non bambini: in quanti colloqui con famiglie, volontari, tirocinanti, medici ecc.. abbiamo
sentito, riferito a donne e uomini di oltre 40 anni, termini tipo “eterni bambini”, “bambinoni”, “creature senza età”…
Il secondo è che vengano considerati sessuati: la sessualità fa capo a una dimensione emotiva e affettiva prima che corporea. Riconoscere questo
libera dai pregiudizi e dai condizionamenti sociali che gravitano intorno al tema della sessualità nei disabili.
Non esiste una “normalità”, esiste una individualità unica e irripetibile per ognuno, che può prevedere o meno la genitalità. La sessualità è
soprattutto relazione, reciprocità, incontro con l’altro nel rispetto della propria e altrui individualità. Basta parlare di “angeli”!
Il terzo, infine, è ascoltarli. Durante un laboratorio di teatro abbiamo domandato a uno dei cosiddetti disabili di scrivere un testo per uno spettacolo
in cui a ciascuno era chiesto di esprimere il proprio talento. Ecco il risultato:

Diritto di espressione della propria personalità
Diritto di azione
Diritto del bisogno
Diritto di andare
Diritto alla vita, dalla nascita alla
morte naturale
Diritto di cittadinanza
Diritto al lavoro
Diritto di ascoltare la musica
Diritto a fare le cose io
Diritto che qualcuno capisca la mia mente
Diritto alla disabilità

Lascio alla coscienza di ciascuno le considerazioni su questo decalogo dei diritti … ma una mi pare doverosa: i disabili hanno il diritto di essere
riconosciuti adulti sessuati e dotati di volontà.

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